Posts Tagged ‘cinema’

Laboratorio IL PUNTO DI VISTA

ottobre 23, 2015

Dal 30 novembre al 2 dicembre CSC LAB con il contributo di Marechiarofilm Produzioni presenta: il laboratorio tenuto da Antonietta De Lillo IL PUNTO DI VISTA che cos’è e come non smarrirlo.

Per tutte le info sul programma del corso:
csclab@fondazionecsc.it tel. 0672294223/ 235
e info@marechiarofilm.it tel. 0677200242
Le iscrizioni sono aperte fino all’8 novembre.

Per le iscrizioni inviare una mail allegando il proprio CV a: csclab@fondazionecsc.it e in Cc info@marechiarofilm.it

PROGRAMMA:

La poetica di un autore risiede nel modo in cui esso traduce in linguaggio e dà forma alle proprie visioni interne. L’elemento primario per la realizzazione di un’opera – sia questa letteraria, teatrale, cinematografica, fotografica o pittorica – è l’adozione del punto di vista.
Il punto di vista è la guida da seguire in tutte le fasi di lavorazione di un film tanto di finzione quanto di cinema della realtà, dalla scrittura alle riprese, dal montaggio alla postproduzione, e ogni elemento dovrà concorrere a rafforzare quella precisa scelta narrativa.
Il cinema è l’unica arte collettiva che coinvolge nella realizzazione dell’opera decine di persone e questa sua peculiarità rende la questione del punto di vista particolarmente complessa. Il regista cinematografico non deve solo scegliere il punto di vista da adottare ma deve essere in grado di comunicarlo e trasmetterlo a tutti i propri collaboratori affinché ciascuno lavori nella stessa direzione. Per questo motivo la consapevolezza di che cos’è il punto di vista e di quanto sia importante è fondamentale per chiunque voglia intraprendere un percorso professionale nel mondo del cinema.

Il laboratorio si rivolge principalmente a sceneggiatori e registi ma è aperto anche a chi ha un ruolo di produzione.
Ai 20 partecipanti che verranno selezionati sarà inviato un articolo su un fatto di cronaca e prima dell’inizio del laboratorio sarà chiesto di formulare in massimo 20 righe la sinossi di un film ispirato a questa storia che potrà essere un lavoro di finzione, un film documentario o un’opera ibrida tra i due linguaggi.
Prima dell’inizio del laboratorio sarà consigliata inoltre una filmografia di titoli da vedere che diventeranno oggetto di studio per definire che cos’è il punto di vista.

Primo giorno: Che cos’è il punto di vista e analisi delle sinossi

La mattina si introdurrà il punto di vista, la sua definizione come elemento primario per esprimere l’intuizione e l’immaginazione dell’autore, la sua poetica.
Il pomeriggio si parlerà del punto di vista nel soggetto, si leggeranno le 20 idee di film scritte dai partecipanti e si ragionerà insieme sul punto di vista e il taglio narrativo scelto da ciascuno per raccontare la storia.
Il tutor del laboratorio guiderà il dibattito ma ciascun partecipante potrà intervenire e dare suggerimenti anche sulle sinossi degli altri.

Secondo giorno: Come farsi guidare dal punto di vista nella sceneggiatura e nelle riprese

Il secondo giorno si parlerà di come mettere in pratica il punto di vista nella sceneggiatura e nelle riprese. Si analizzeranno i progetti dei partecipanti ragionando su quanto sia importante adottare il punto di vista sin dalla fase di scrittura della sceneggiatura, su quale linguaggio cinematografico usare e su come predisporre tutti gli elementi necessari per le riprese (attori, location, mezzi tecnici, costumi ecc) per realizzare il film senza tradire il punto di vista scelto.

Terzo giorno: Montaggio, finalizzazione e verifica del punto di vista

Il terzo giorno infine si affronterà l’ultima fase di lavorazione di un film, il montaggio e la finalizzazione che rappresentano il momento della verifica delle scelte compiute. Si tratta del momento in cui tutti gli elementi analizzati fino ad ora si uniscono per dare corpo nel film al punto di vista inziale.
Il montaggio è una fase che potremmo definire di ri-scrittura in cui è possibile assecondare e rafforzare il punto di vista originario ma anche tradirlo. Le tecnologie sempre più leggere, semplici e user friendly spingono un numero sempre maggiore di autori a fare tutto da soli. Soprattutto nella fase di montaggio è invece importante che subentri una figura esterna che aiuti il regista ad avere uno sguardo nuovo e prendere le decisioni necessarie per il confezionamento del film.
L’ultima fase del laboratorio sarà quindi una breve riflessione sulla particolarità del cinema, unica forma di arte collettiva in cui l’autore ha il dovere e l’occasione di trasferire il punto di vista adottato nell’opera ai suoi collaboratori fornendo loro una chiave importante di interpretazione del film e del lavoro da realizzare insieme.

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MASTERCLASS CON ANTONIETTA DE LILLO AL BIOGRAFILM FESTIVAL

giugno 9, 2014

Il 7 giugno Antonietta De Lillo ha tenuto una masterclass  con i ragazzi della Biografilmschool  al Biografilmfestival di Bologna.

COS’E’ IL FOUND FOOTAGE?

Found footage, in ambito cinematografico, è un termine che si usa per descrivere film realizzati parzialmente o interamente con un metraggio preesistente, successivamente riassemblato in un nuovo contesto e rimodellato in una nuova forma. Si tratta di una pratica di prelievo e recupero che non va confusa con il documentario o con i materiali di repertorio. Il termine ammicca all’ object trouvé della storia dell’arte. Il found‐footage ha un significato vicino, ma non assimilabile, a quello del film‐collage e del film di montaggio. Il film di recupero nasce nel momento in cui il montaggio si afferma come momento di elaborazione secondario. Le pellicole lasciate all’abbandono vengono recuperate e riutilizzate, favorendo l’elaborazione di una pratica differente del cinema, il found footage.

Il found footage negli anni ’20‐’30: Il film di found footage si interroga sull’organizzazione delle sequenze di immagini spesso montate in maniera comica contrapponendo mondi che si odiano e si ignorano e facendo scaturire l’ironia e l’assurdo donando a questi documenti una forza emotiva che a priori non possiedono.
Il found footage negli anni ’60‐’70: si utilizzano film “trovati” e si interviene su doppiaggio o sottotitoli per rielaborarne il significato. Si possono inserire sulla pellicola testi nuovi, segni, parole chiave, come contrappunto testuale al flusso di immagini.
Vengono spesso montati insieme a immagini pubblicitarie e di attualità, e usati come veicolo per rivendicazioni politiche, sociali, identitarie o esistenziali.
Il found footage negli anni ’80‐’90: lavora non solo sul montaggio ma sulla manipolazione della superficie e dello spessore del nastro della pellicola. Un lavoro sul supporto tramite il quale si moltiplicano i procedimenti di intervento sul materiale originale: sviluppo artigianale, scollaggio dell’emulsione e ricollocamento su altri supporti, utilizzo di diversi formati, tintura della pellicola.
Contemporaneamente si sviluppa un altro genere di foud‐footage che invece di lavorare sulla materialità dell’immagine, lavora sull’autobiografia, sul “diario”, sulla ricomposizione del ricordo attraverso i filmini di famiglia. Si tratta di film sulla soggettività e sulla storia personale del cineasta, un esempio italiano di questa tipologia di found footage è Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi (2002).
Il riuso delle immagini è una pratica crescente del cinema contemporaneo che trae linfa dal suo passato per creare nuove esperienze della visione. Un’attenzione al riciclo capace di coinvolgere home movies, sequenze del cinema muto o frammenti televisivi. E infine, come insegnano Guy Debord e Jean‐Luc Godard, l’intera storia del cinema, considerata un immenso giacimento per scavi della visione. Distribuite in rete, nel normale circuito cinematografico o, sempre più, in quello espositivomuseale, sono opere che amplificano i montaggi delle avanguardie artistiche ‐ dal collage al ready‐made ‐ con forme di editing sperimentale, per un cinema al tempo stesso archeologico e in digitale. Una cultura visiva meticcia, fra videoarte, cinema d’artista e sperimentazioni documentarie che definisce il found footage film.
Nicole Brenez nel suo studio “Cartografia del Found Footage ” individua due macrocategorie di found‐footage: quello endogeno, ovvero che nasce dall’interno, in cui l’autore attinge alle proprie opere recuperandone frammenti per reinserirli in un nuovo percorso narrativo, spesso dal carattere autobiografico, e quello esogeno, ovvero che nasce dall’esterno quindi da materiali trovati, di altri autori o da immagini “anonime”.  Quello di LA PAZZA DELLA PORTA ACCANTO di Antonietta De Lillo è ascrivibile alla prima categoria, a un found footage endogeno, che parte da un lavoro dell’autrice stessa rielaborando il girato a 20 anni di distanza non tanto in chiave autobiografica ma piuttosto con una tensione interamente rivolta al soggetto ritratto, la poetessa Alda Merini.

 

Partendo dal confronto dei due ritratti della regista su Alda Merini: La pazza della porta accanto (2013) e Ogni sedia ha il suo rumore (1995), i ragazzi hanno potuto notare le differenze tecniche e artistiche dei due lavori, l’incontro è stata l’occasione per confrontarsi con la regista e per approfondire il concetto e la tecnica del Found Footage.

 

 

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Alda Merini al Biografilm Festival di Bologna

giugno 4, 2014

BIOGRAFILM FESTIVAL DI BOLOGNA

FOUNDFOOTAGE
ALDA MERINI 20 ANNI DOPO
masterclass con Antonietta De Lillo

sabato 7 giugno ore 15, Cinema Lumière, Sala Scorsese

A quasi vent’anni da Ogni sedia ha il suo rumore, ritratto a Alda Merini con Licia Maglietta presentato nel 1995 alla 48° edizione del Festival Internazionale del Film di Locarno, Antonietta De Lillo partendo dallo stesso girato realizza nel 2013 La pazza della porta accanto, presentato alla 31° edizione del Torino Film Festival.

Il primo ritratto si caratterizza per il montaggio serrato ed esplosivo tra la conversazione con la poetessa e la performance teatrale di Licia Maglietta, mentre il secondo, attraverso la sola voce della Merini che diventa più intima, disegna un ritratto della donna e dell’artista in tutta la sua fragile grandezza.

Nell’incontro si parlerà con l’autrice di foundfootage in quanto recupero e riciclaggio di girato già utilizzato o scartato per realizzare nuove storie e nuovi racconti.
I due lavori messi a confronto consentiranno di riflettere sul genere del videoritratto e su come questo sia declinabile in modi diversi pur partendo dallo stesso materiale.
La masterclass sarà l’occasione di parlare della scelta del punto di vista che accompagna non solo la fase di riprese ma l’intero iter di lavorazione del film, compresi montaggio e finalizzazione, e di come l’avvento del cinema digitale avendo scardinato i concetti di originale e duplicato abbia favorito l’affermarsi del foudfootage nella nostra epoca.

La conversazione con Antonietta De Lillo consentirà di parlare di foundfootage anche in relazione alle nuove esperienze di cinema partecipativo di cui l’autrice, insieme alla marechiarofilm, è stata in Italia la pioniera.

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La masterclass è organizzata nell’ambito di Biografilm School 2014, progetto di formazione promosso dal festival per offrire ai partecipanti un’esperienza a 360° sul cinema e la comunicazione attraverso attività e incontri con professionisti e registi di fama internazionale. Per informazioni Biografilm School 2014
La partecipazione è aperta anche a tutti i possessori della tessera follower del festival con richiesta di prenotazione all’evento. Per informazioni Tessera Follower 2014

Clip di  Ogni sedia ha il suo rumore

Clip di  La pazza della porta accanto

 

 

 

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Il Resto di Niente secondo Apollonia Striano

ottobre 2, 2013

In occasione del convegno AIPI del 15 Agosto 2012, Apollonia Striano,  dottore di ricerca in Italianistica alla Federico II e dottore di ricerca in Letterature romanze l’Orientale, scrive questo articolo:

La trasposizione cinematografica di un best seller: Il resto di niente

Apparso per la prima volta nel novembre del 1986 presso un piccolo editore, il romanzo storico Il resto di niente dello scrittore Enzo Striano racconta la gloriosa e drammatica storia della Rivoluzione napoletana del 1799 e di una delle sue eroine, la portoghese Eleonora de Fonseca Pimentel, intellettuale raffinata, attivista politica, tra le prime donne giornaliste in Europa per l’esperienza della fondazione e della direzione del giornale «Il Monitore Napoletano».

L’autore, scomparso sei mesi dopo, nel giugno del 1987, è riuscito appena a cogliere i segnali di un successo che si sarebbe sviluppato postumo, ricevendo l’immediato consenso dei lettori e di alcuni amici intellettuali e scrittori. Il resto di niente è poi diventato, nel corso di dieci anni, un “caso” letterario ed editoriale nazionale e internazionale. Riproposto dalla Avagliano in edizione economica e contemporaneamente dalla Rizzoli in formato hard cover ha scalato, in concomitanza con le celebrazioni del bicentenario della Rivoluzione napoletana, le classifiche letterarie italiane. Tradotto in francese, tedesco, spagnolo, portoghese, dal 2005 è approdato tra i Classici degli Oscar Mondadori. Sicuramente proprio l’eccezionale successo del romanzo ha innescato un lento lavoro di recupero critico della figura di Striano, testimoniato nel tempo dall’impegno di Giorgio Baroni, Giorgio Bàrberi Squarotti, Carmine Di Biase, Francesco D’Episcopo, Giuseppe Farinelli, Giulio Ferroni. Comune punto d’approdo, per questi ed altri studiosi, è stata l’affermazione della necessità di elaborare una più equa collocazione dello scrittore nella storia della letteratura italiana del secondo Novecento.

Tuttavia, un altro possibile percorso d’indagine intorno a Striano potrebbe essere implicitamente suggerito dalle numerose interpretazioni teatrali, musicali, radiofoniche che ha sollecitato Il resto di niente, significativi attestati di quanto il romanzo, in termini di suggestioni, abbia saputo fornire ad altre soluzioni artistiche. Questa dimensione metaletteraria, in cui il libro pare prepotentemente proseguire il suo lungo percorso verso un pubblico sempre più ampio, forse non è stata intuita dall’autore, che pure, in più occasioni, aveva cercato di spingere il suo sguardo oltre il presente.

Infatti, quasi con chiaroveggenza –e come non sarebbe potuto essere così, muovendosi tra il 1700 e Napoli, l’Italia, il mondo del 1980; tra la Storia e i suoi effetti nella contemporaneità- Striano in molti momenti aveva avvertito visionariamente che Il resto di niente avrebbe potuto offrire un tassello importante per comprendere, attraverso la lettura del passato, la realtà di Napoli, incapace di percepire nitidamente la sua autentica vocazione, il suo ruolo di capitale di cultura. Priva di coscienza antropologica del suo spazio vitale -categoria in cui riescono sempre a trovare un possibile equilibrio le aspirazioni, le funzioni, i valori, le metafore per il futuro- la città non si era mai appropriata del suo stesso simbolo, lasciando che si sviluppasse, in questo scarto, la radice primaria di ogni malessere.

In questa prospettiva, per Striano il romanzo sarebbe servito per offrire una risposta coerente alla ricostruzione storica di avvenimenti decisivi: infatti, in un’intervista apparsa su «Uomini e Libri» evidenziava che esso era rivolto a quel pubblico coinvolto in uno sforzo di comprensione, desideroso di andare oltre il “napoletanismo” di maniera, per cercare indietro nel tempo le radici dell’oggi. Saldato in simili strutture, il libro analizzava lo snodo del 1799, momento in cui nella capitale del Regno delle Due Sicilie, sull’onda lunga della rivoluzione francese, alcuni coraggiosi illuministi (Cuoco, Cirillo, Lomonaco, Pagano e tanti altri) si erano impegnati per realizzare l’ambiziosa e fragile Repubblica partenopea. Anche della intrinseca valenza cinematografica della sua opera Striano rivelava una chiara percezione. Nella stessa intervista, soffermandosi sulla strategia dell’ “accumulazione” impressionistica di immagini, risolta nel romanzo in una narrazione filmica, così rifletteva:

Sono convinto, infatti, che la letteratura nell’attuale civiltà dell’immagine (che è appena agli inizi, il cinema non ha ancora cent’anni, la televisione ne ha cinquanta) tenda ad avere un ruolo sempre più subordinato ai mezzi che s’esprimono principalmente per simulacri visivi. Ma si può recuperarle una funzione autonoma, aiutandosi proprio con le tecniche della rappresentazione per immagini, tentando il punto limite al quale le due cose possono giungere senza danno, cercando il coagulante che le possa tenere insieme in modo armonico e non superficiale.

Lo scrittore, dunque, dichiarava di aver adoperato consapevolmente le tecniche della «rappresentazione per immagini», conciliandole con la scrittura. Tra i tanti riconoscimenti e premi che ha ottenuto il film Il resto di niente, concluso dalla regista napoletana Antonietta De Lillo nel 2005, dopo un complicato iter iniziato nel 1997, ostacolato da numerose vicissitudini nella produzione, vi è un prezioso volume collettivo, appunto intitolato Il resto di niente. Un film di Antonietta de Lillo. In copertina, un intenso primo piano dell’attrice portoghese Maria de Medeiros, nei panni di Eleonora de Fonseca Pimentel.

Il libro in questione, corredato di bellissime immagini del back stage, da fotogrammi del film stesso, dalla riproduzione della locandina, dei bozzetti dei costumi di Daniela Ciancio, dalla sceneggiatura di Giuseppe Rocca, nonché da un articolo della de Fonseca (Vedere a un tratto succeder la fratellanza, apparso sul «Monitore Napoletano» nel numero «14 Piovoso, anno VII della Libertà e I della Repubblica Napoletana una ed indivisibile, febbraio 1799»), è stato pubblicato dal Costalblea Film Festival- Ragusa, nel 2006.

In esso sono proposti, introdotti dallo scritto Quel mio Settecento, i pannelli disegnati da Oreste Zevola –che rappresentano alcuni personaggi storici, la regina Maria Carolina o Eleonora stessa («una donna a figura intera col viso appena accennato sormontato da un Vesuvio-cappello, l’ampia gonna decorata con l’immagine di un vecchio battello»), ed alcuni dei momenti cruciali in cui avviene la frattura tra i Borbone, i “Sanfedisti” e i rivoluzionari.

Nel film sono stati adoperati per raccordare, ha osservato lo studioso di cinema Pasquale Iaccio nel saggio «Il resto di niente» di Antonietta De Lillo è un film storico?, «in maniera non convenzionale, i capitoli diversi di una storia complessa e variegata o, meglio ancora, per riempire i molti vuoti narrativi che il flusso della memoria della protagonista lasciava aperti».

Così strutturato, il libro-premio dedicato al film contribuisce a ricondurre l’opera nella letteratura, come se si trattasse di una sorta di “scartafaccio” della pellicola, integrato dalle pagine introduttive del curatore Marcello Garofalo, dal suo incontro con Maria de Medeiros, dalle interviste di Maria Grosso alla regista e di Ernesto Laura alla produttrice Mariella Li Sacchi, e poi da un’appendice critico-bibliografica e da una parte documentaristica.

Anche in questo assetto si può constatare come Il resto di niente riesca a contenere e a conciliare in modo armonico la struttura letteraria con quella cinematografica.Tra le motivazioni del premio ad Antonietta De Lillo viene evidenziata la forza di un lavoro impostato su ibridazioni, il solido impianto storico-epico, la connotazione letteraria, la recitazione e la scenografia teatrali, l’uso dell’animazione e degli effetti speciali, ovvero dei pannelli di Zevola, uno dei «nodi estetici più felici».

In questa prospettiva, anche la scelta di conservare per il film lo stesso titolo del romanzo sembra aver confermato la contiguità tra le due opere, diverse ma convergenti, pur nelle specificità delle forme artistiche. Vi sono soprattutto due punti in cui s’intersecano: la fedeltà narrativa alla storia e la fedeltà al punto di vista di Eleonora. Rispetto ad essi, entrambi i lavori seguono percorsi complementari.

Il film, di taglio intimista, è stato tutto incentrato sul cammino interiore della protagonista: un lungo sguardo in soggettiva, che ripercorre sull’onda emotiva della memoria, a poche ore dall’esecuzione, i momenti principali della sua vita affettiva e politica. Questo tempo, selezionato dal montaggio, ha azzerato l’inesorabilità e l’univocità  della realtà, attivando un racconto “libero”, indipendente da un ideale di vero storico: Il resto di niente diventa così il diario intimo di una condannata a morte, mossa dagli ultimi, concitati pensieri. Per questa dimensione, il film non risulterebbe più storico ma addirittura antistorico, quasi attraversato da toni fiabeschi.

È necessario, così, cercare di circoscrivere gli elementi che consentono di definire un film “storico”. Secondo Iaccio, in linea di massima, si potrebbero indicare appartenenti a questa categoria tutte le pellicole che ricostruiscono un avvenimento (o un personaggio), al di là dell’attendibilità stessa del lavoro compiuto. In questo caso, la materia storica è stata ripresa da quella già raccontata da Striano, nel suo romanzo. Nella Nota posta alla fine de Il resto di niente lo scrittore ha chiarito l’equilibrio ricercato tra storia e invenzione letteraria:

Questo è un romanzo “storico” (secondo la classificazione didascalica dei generi, in verità tutti i romanzi sono “storici”, così come tutti i romanzi sono “sperimentali”), non una biografia, né una vita romanzata. L’autore s’è quindi preso, nei confronti della Storia, quelle libertà postulate da Aristotele (“Lo storico espone ciò che è accaduto, il poeta ciò che può accadere, e ciò rende la poesia più significativa della storia, in quanto espone l’universale, al contrario della storia, che s’occupa del particolare” –Poetica IX, 1451 b), dal Tasso (“Chi nessuna cosa fingesse, poeta non sarebbe, ma historico” –Primo discorso sull’arte poetica), dal Manzoni (“ Lo scrittore deve profittare della storia, senza mettersi a fare concorrenza” – Lettera al Fauriel), da altri grandi.

Osserva acutamente Iaccio che queste considerazioni elaborate da Striano «nei confronti della storia, sono le stesse che si possono avanzare quando si passa dal romanzo al film». È la stessa regista a dichiarare di aver seguito la lettura e la narrazione della storia proposte nel romanzo. Nell’intervista raccolta da Maria Grosso afferma:

Su Eleonora Pimentel Fonseca ho letto due libri: quello di Striano e quello di Antonietta Macciocchi. E so che non avrei mai fatto niente su Eleonora se non avessi tratto la materia dal romanzo di Striano. Lui, a mio avviso, ha avuto un’attenzione particolare nel raccontare non l’aspetto epico del personaggio, bensì il suo lato intimo, la sua formazione quotidiana, il diventare suo malgrado un’eroina, ossia una persona che segue se stessa fino in fondo…

Nel compiere la sua trasposizione per immagini della vicenda di Eleonora e dei fatti del 1799 De Lillo ha scelto la “materia” raccontata da Striano, la sua medianica ricostruzione di un personaggio, che i documenti storici hanno consegnato con caratteristiche ben diverse da quelle dell’eroina fragile, incerta, spesso disillusa eppure capace di spingersi fino in fondo e pagare, con la vita, il suo tributo all’idea di Repubblica. Se lo scrittore si è mosso tra notizie biografiche, dati storici e invenzione creativa, il percorso compiuto da Antonietta De Lillo con lo sceneggiatore Giuseppe Rocca è iniziato con un’operazione di selezione tra gli elementi strutturali dal romanzo, l’eliminazione di alcuni personaggi e l’introduzione di nuovi, per approdare, infine, ad una nuova documentazione diretta sugli avvenimenti. Secondo Iaccio proprio in casi come questi il regista:

Si fa storico a sua volta, dando vita a una “rappresentazione” o, se si vuole, a una “messa in scena della storia” che ha la stessa dignità “artistica” di ogni altro genere […] E se il film (come pure il romanzo)  è il frutto di una documentata ricerca storiografica, ha anche la medesima validità nella ricostruzione degli avvenimenti rispetto ad un libro di uno storico di professione.

Se in questo aspetto il film è vicino alla narrazione dei tragici fatti della Rivoluzione napoletana proposta dallo scrittore, nella centralità del personaggio della de Fonseca Pimentel sembra verificarsi la totale coincidenza tra le due opere. È Eleonora, in entrambi i casi, dalla sua postazione di protagonista a muoversi nel confuso groviglio di idee, slanci, azioni, che hanno portato al fallimento della giovane Repubblica giacobina. Nel romanzo e nel film il crollo del sogno di uguaglianza e democrazia –causato dall’incolmabile distanza tra gli eroi del ’99, intellettuali provenienti dalla nobiltà e dall’alta borghesia e il popolo analfabeta, in eterna ricerca di un Re/Padre, cui affidarsi per evitare il giogo della maturità e dell’impegno- è percepito e raccontato come occasione mancata, un disatteso passaggio evolutivo per il progresso della città. Così, attraverso il punto di vista di Eleonora, Striano e De Lillo consegnano al pubblico quelle alte motivazioni etiche e quelle spinte ideali, che hanno guidato il gruppo dei rivoluzionari napoletani, lasciando inclinare la narrazione verso una piega collettiva e corale, non disgiunta da quella intimista.

Nel romanzo, Striano dà spessore a questa dimensione attraverso l’animazione di una folta schiera di personaggi storici e di invenzione. Secondo l’artificio dell’“accumulazione” linguistica essi si esprimono in italiano, napoletano, francese, portoghese, affermando così diversità nei modi del pensiero, nelle attitudini, nelle disposizioni.

In un’intervista rilasciata in occasione della presentazione del romanzo, a Napoli nel dicembre del 1986, in merito alla pluralità di lingue adoperate aveva spiegato:

Lo scrittore deve utilizzarle tutte, limitandosi a sceglierle, ad attenuare quanto può renderle incomprensibili. Come avrei dovuto far parlare i lazzaroni di Napoli del Settecento? In italiano, o in quel ridicolo italiano dialettizzato che usò la Serao e che usano ancora tanti epigoni del verismo? Come avrei dovuto far parlare i nobili e gli intellettuali napoletani infatuati della Francia nel Settecento? E, in certi momenti della sua vita, Lenòr, che era portoghese? L’importante è che tutti questi linguaggi siano usati in modo che il lettore capisca.

Come nel romanzo, anche nel film il linguaggio s’incanala in molteplici soluzioni evocative, che oscillano dalla lingua colta degli intellettuali al vasto corollario degli accenti e dei toni popolari, fino ai suoni, ai canti, ai motivi musicali. L’ampia folla dei personaggi minori -rappresentata da un nutrito numero di attori provenienti dalla tradizione del teatro napoletano- si affida soprattutto al linguaggio del corpo, all’espressionismo dei volti.                                                                                                                                                                                                         Nell’intervista raccolta nel volume dedicato al film, Antonietta De Lillo ha spiegato precisamente le motivazioni di questa scelta:

Sapevo che Il resto di niente era un film di persone, di facce più ancora che di ambienti. Nei volti ho cercato innanzitutto un’autenticità. Esattamente come in un quadro del ‘700, in ogni fotogramma del film c’è uno studio non soltanto sugli attori principali, ma su ogni singola faccia, anche la più lontana o apparentemente inessenziale che è dato di vedere. Per quanto riguarda gli altri attori, volevo delle facce del sud […] E poi volevo dei volti sconosciuti e ho cercato […] tra quei tanti che, dopo anni di fatica e di lavoro, non hanno nessuna possibilità di esistere in questo mondo mediatico e orribile. Ma non l’ho fatto per questo, non è stato un impegno di tipo ideologico, è stato il loro spessore come attori a orientarmi nella scelta, il sentire che erano quelle le facce, le persone di cui avevo bisogno per il film.

Girato a Napoli, con la partecipazione di artisti qui nati e vissuti –come Daniele Sepe, il musicista che ha realizzato la colonna sonora- il film riflette una forte connotazione d’identità. Così, come è avvenuto –e continua ad accadere- per il romanzo, anch’esso è stato acquisito da parte della città come uno strumento di interpretazione, per poter comprendere, attraverso la lettura del passato, la situazione contemporanea. In questo fenomeno di sociologia dell’arte, ancora una volta Il resto di niente sembra trovare ulteriore conferma dell’equilibrio e della forza delle sue ragioni narrative.

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Scheda del film 

Diario di lavorazione

Rassegna stampa  

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Libreria del Cinema

febbraio 26, 2013

Grazie alla Libreria del Cinema di Roma, per quello che rappresenta e per quello che è: uno spazio di incontro, di mostre, di presentazioni; un luogo di scambio sul mondo del cinema, ma soprattutto, un luogo di interazione umana e culturale.

Libreria del Cinema,Via dei Fienaroli, 31/d (Trastevere)Roma

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