Quel mio Settecento

Oreste Zevola

19 agosto 2006,

I disegni per IL RESTO DI NIENTE o più esattamente le tempere realizzate per il film IL RESTO DI NIENTE sono state sicuramente il risultato di un’esperienza unica nel mio lavoro di questi ultimi anni.

Ricordo che la prima volta che Antonietta De Lillo e io c’incontrammo per parlarne, ebbi l’impressione che ciascuno di noi due benché provasse stima per il lavoro dell’altro non sapeva assolutamente in che modo questa collaborazione potesse concretizzarsi.Io accettai perché questo progetto mi affascinava molto, avevo anche letto il libro di Striano che mi era piaciuto, ma avevo allo stesso tempo la consapevolezza che sarebbe stata per me un impresa piuttosto rischiosa.Non si trattava di dipingere delle tele per un’esposizione né tantomeno si trattava di illustrare un testo. La mia sola esperienza in tal senso si limitava a un breve cortometraggio di disegni animati realizzato qualche anno addietro per un’agenzia di comunicazione francese; ma in quel caso i miei disegni non dovevano dialogare con attori in carne e ossa che per di più recitavano in un contesto storico ben preciso e scenograficamente inappuntabile. Nel concreto i miei interventi dovevano integrarsi al girato in una sorta di “descrizione” altra di luoghi e paesaggi temporali che la narrazione del film richiedeva. I punti fondamentali, per me, su cui riflettere erano due:il primo era che il mio è uno stile piuttosto riconoscibile e che anche volendo non avrei potuto troppo piegare alle esigenze di una descrizione classica, il secondo è che un film richiede una leggibilità “sicura”, il pubblico non è necessariamente un frequentatore di gallerie d’arte e dunque le immagini anche se con un evidente taglio d’autore, devono essere semplici e chiare.
Passai le settimane successive a guardare tutto il possibile pubblicato che riguardasse l’iconografia del tempo: dipinti, architetture, stoffe, oggetti, acconciature. Volevo che i miei dipinti fossero il frutto di una “digestione” di tutto quel mondo complesso che i miei libri mi aiutavano a evocare. Molto spesso il particolare di una decorazione o anche una breve frase riescono a diventare catalizzatori di un processo creativo che è in grado di fondere assieme un mondo fantastico che è quello proprio di ogni artista a un soggetto reale, nel mio caso, la Rivoluzione Napoletana del 1799 e la storia di Eleonora Pimentel Fonseca.
Dopo la prima, incontrai Antonietta ancora molte altre volte e a ogni incontro mi sembrava ci si avvicinasse di più alla soluzione; finché un giorno dipinsi un ritratto simbolico di Eleonora, una donna a figura intera con il viso appena accennato sormontato da un Vesuvio-cappello, l’ampia gonna decorata con l’immagine di un vecchio battello che sembrava trasformarsi per incanto in una vera imbarcazione che si staccava dall’indumento.
Antonietta appena lo vide ne fu entusiasta, per lei era proprio Eleonora, e per me quell’entusiasmo fu il segnale che mi fece capire come procedere.

donna zevola
Le immagini che avrei dipinto sarebbero state quelle di un mio “Settecento” e quest’elaborazione che la regista sembrava apprezzare, anziché complicare, avrebbe aggiunto al film una poetica diversa in grado di integrarsi con quella propria del lungometraggio.
Iniziò dunque il lavoro vero e proprio e il materiale prodotto fu così copioso che mi permise dopo l’uscita del film di presentarlo in un’esposizione personale alla galleria ” Antonia Jannone” di Milano. Ricordo le sere e molto spesso, le notti estive che precedettero il montaggio del film trascorse davanti ai computer negli studi di postproduzione assieme ad Antonietta che anche in quell’occasione dimostrò una determinazione straordinaria nel voler portare a buon fine la sua opera. Solo qualche giorno prima della presentazione a Venezia, in una piccola sala di Cinecittà, assieme al mio amico Cesare Accetta, direttore della fotografia, potei vedere il film completo e dunque il risultato del mio lavoro nel suo contesto finale. L’emozione fu grande e finalmente quel lavoro mi sembrò positivamente concluso. Sono molto grato ad Antonietta per avermi offerto quest’opportunità che mi ha fatto scoprire nuove possibilità d’espressione e ritengo di doverla ringraziare per la bravura e la competenza con la quale ha saputo integrare i miei disegni al suo film. Spero che prima o poi quest’avvenuta si possa ripetere.

Dal film di Antonietta De Lillo IL RESTO DI NIENTE, la mostra fotografica di Oreste Zevola “Il mio Settecento”

http://www.marechiarofilm.it/it/mostra-zevola

Goffredo Fofi

Roma, 25 ottobre 2004

È il gioco delle mutazioni e della presa di distanza dalla morte. Le immagini pensate da Oreste Zevola per “Il resto di niente”, più che gli altri, splendidi lavori recenti, hanno un pieno sapore di Settecento, sembrano arrivarci da un’Epinal napoletana e anche da prima. Sembrano esigere la musica – l’opera buffa e anche Handel e Mozart – ma con ritmiche interruzioni di spari (di botti) e sottofondi distanti e per niente minacciosi di esplosioni ed eruzioni. Dame e Sirene, Piovre e Santi, Navi e Carriole. E Teschi, e Bombarde. Le piante, i fiori, gli alberi, crescono invece dentro le persone o ne ornano sontuosamente e allegramente le vesti. Figure compiute che hanno trovato la loro definizione, non mutanti, sono solo alcuni animali appartenenti stavolta al regno marino, al mondo delle acque che sono, loro sì, mobili e mutanti; e le Signore della storia,  gli Alti Prelati, i Soldati nell’esercizio delle loro Funzioni – circondati come di dovere da piccoli teschi che ruotano, che sembrano danzare…

Più che mai, Zevola si pasce di favoloso e di mitico con leggerezza e assenza di presunzione, bensì cercando un equilibrio, per quanto transitorio. Sembra libero da piani e programmi e però contento se trova un ordine, se riesce a fissare un movimento e se arriva a dettar condizioni ai venti delle sue interne, inesauribili suggestioni. Anche i piccoli teschi giocano, come gli angeli fatti di teste e ali del canone cattolico che svolazzano nei paradisiaci quadri di più secoli. Non c’è tragedia, non c’è pathos, non ci sono ricatti in queste immagini e in tutta l’opera di Zevola, ma c’è la tenera malinconia di un girotondo di forme che possono fermarsi solo provvisoriamente, e di colori che non provocano, non s’impongono, non si mischiano. Un mondo intermedio, dove l’eccesso è vietato. Quanto alla Storia, essa è un posto ormai lontano, ora gli spiriti dei morti si sono messi tranquilli e hanno fatto pace, alla Storia ci giocano, o giocano alla Guerra, come bambini.

Sono tornati a quell’inframondo da cui sono stati cacciati (o hanno voluto sortire per esplorare e provare) onde agire e soffrire
dentro il Mondo. Oltre la musica, se un rimando alla letteratura bisogna farlo, sarà al “Cardillo addolorato” della Ortese, proprio per quel suo stare – del cardillo – tra Storia e Fiaba, dentro un balletto dolente; e anche il Cardillo è figura in continua mutazione, da umana a animale a umana, e più che naturale, non sovrannaturale, anche se Oreste non sembra raccogliere di Ortese la lezione del dolore, e il suo è un modo di oltre (prima/dopo/in mezzo/altrove) che non ha voluto entrare nella Storia o
ne è fuggito per ritornare nel gioco, e lì fermarsi, lì dove l’umano si confonde con l’animale, con il vegetale e con il meccanico nella dolce nevrosi del rifiuto della coscienza e dei suoi doveri, dopo averne patito i costi.

Limbo di grazia (un nonsenso!), tenui presenze, figure vaganti, spiriti che sembrano manifestarsi dentro grandi stanze di palazzi deserti con la luna che entra furtiva dalle immense finestre, per ricordarci forse la vanità delle nostre ossessioni, e forse anche della nostra sete di giustizia, di vittoria in terra. La libertà è la loro, sta nel loro scherzo privo di solennità? “È uno scherzo, è uno scherzo, è tutto uno scherzo”, ricordava al piccolo Useppe, nella “Storia” di Elsa Morante, un altro uccellino, sull’albero di una foresta che sembrava magica, ai margini di un fiume che sembrava favoloso.

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