L’altrove ci (ri)guarda di Sara De Simone

Luca Musella, fotografo, artista e scrittore, è un esodato. Non solo perché ha perso il lavoro, ma anche e soprattutto perché, perdendolo, è uscito da una vita per entrare in un’altra.

L’Esodo di Luca non è nel deserto del Sinai ma a Milano, la città dove ha scelto di trasferirsi per cercare nuove opportunità e dove invece ha dovuto confrontarsi con una crisi sociale ed economica profondissima.

Come si fa a raccontare il trapasso da una vita borghese, di sinistra, con moglie e figli, una casa, un’attività commerciale e tanti amici, alla perdita completa di tutto questo?

Antonietta De Lillo non ne fa un dilemma intellettuale, ma risponde con l’arte.

Con il suo documentario Let’s go la regista apre una finestra di racconto sull’indicibile della povertà. Senza sovrastrutture ideologiche, né slanci didascalici, la De Lillo si pone in ascolto e ci offre una storia: per poterla accogliere dovremo rinunciare alla commiserazione e al dispiacere, vale a dire a quei dispositivi emotivi che ci permettono di mantenere una distanza tra noi e la condizione disagiata di un altro, che, terminata la parentesi di “filantropia”, resta altro e lontano.
Come davanti a tutte le opere d’arte, ciò a cui si assistiamo qui, invece, è una convocazione: davanti a Let’s go – non a caso il titolo prevede una prima persona plurale, un “noi” – siamo tutti convocati a partecipare di una storia che ci riguarda profondamente.

Antonietta De Lillo riesce infatti a fare un film corale partendo da una vicenda molto personale, raccontando il privatissimo nel collettivo e il collettivo nel privatissimo.
La voce di Luca Musella e quella dell’attore Roberto De Francesco – che nel film si mischiano a sovrappongono a formare un unico “io”-  rappresentano una voce “altra”, che proviene dal territorio del margine, ma che al tempo stesso tocca e rivela il centro denso e profondissimo delle nostre esistenze.
A tal proposito, vale la pena di fermarsi  a riflettere sulla scelta della canzone con cui la regista chiude il film, ovvero “Saltimbanchi” di Enzo Jannacci.
La scelta è giustissima per diversi motivi, ma io credo, soprattutto perché la voce a cui la De Lillo dà spazio e tempo per parlare è la voce dell’outsider che può dire la verità.
Si tratta per l’appunto del saltimbanco, di quello che gli inglesi chiamano il fool, e che è l’unico all’interno della corte che può permettersi di dire tutto, anche quello che gli altri non vorrebbero mai sentire né sapere di sé. Questo perché il suo è uno statuto particolare: è il buffone del re, è dentro la corte (la società), ma ne è al contempo totalmente estromesso. E’ libero nella sua solitudine, e solo nella sua libertà.
La condizione del fool è molto vicina a quella dell’artista.
Il fotografo Luca Musella concentra dunque in sé l’esperienza dell’emarginazione sociale e la posizione per natura ec-centrica – fuori dal centro – che ogni artista vive.  Proprio in virtù del suo non essere al centro, dell’avere cioè una potente visione periferica e laterale, la voce di Luca/Roberto riesce a raccontare esattamente il centro. O meglio ancora, a cogliere nel centro.
La generosità creativa della regista permette a tutto questo di accadere.

Nella Pietà di Crescenzago – un’edicola sacra che s’incontra passeggiando sui Navigli e che è un vero Leitmotiv del documentario – Antonietta De Lillo e il suo film fanno sicuramente la parte della Madonna su cui Cristo è adagiato.

Non è per afflato mistico che lo dico, né per un divertito parallelismo, ma perché il movimento del sollevare e del curare è il movimento di questo documentario.

Sollevare non nel senso cristiano del termine, ma nel senso etimologico: sub-levare.
Perché tirare su, alzare un corpo – che è sacro nella sua totale umanità – è un’opera di leggerezza.

Dovendo attribuire una qualità specifica a questo documentario, calvinianamente parlando, direi che è appunto quella della leggerezza o, come scrive lui, della “levità”.
Con una materia disperata e disperante come questa, dove la solitudine è radicale, l’identità vacilla, dove l’umano è troppo umano, tanto da sfiorare il disumano (e mentre lo sfiora aumenta e amplifica dolorosamente la sua dignità)…un’operazione come quella della De Lillo non era affatto semplice.
Perché si esce dalla visione di questo film carichi e pensierosi, ma allo stesso tempo stranamente leggeri. Colpisce a fondo Let’s go, ma arriva al grave per renderlo lieve. Come in un’operazione di scavo, in cui la bocca della ruspa raggiunge la terra più scura, ma poi la tira fuori, la solleva, la lancia per aria.

Solo la vera arte è capace di questo movimento, di tirare fuori dalle falde acquifere delle esistenze qualcosa che riguardi tutti, indistintamente, perché è, al fine, un discorso sull’umano.
Le mani artistiche ed estremamente femminili di Antonietta De Lillo, sollevano, portano in alto, sostengono, rendono visibile e curano, non so quanto Luca Musella in sé, ma sicuramente tutti i Luca che sono in noi.
E allora forse non è così a sproposito l’immagine molto “pop” che mi si è parata davanti agli occhi dopo aver visto questo film…quella di una Pietà che si anima, dove (un povero) cristo si alza, si rimette in piedi e s’incammina dicendo, a se stesso e a noi, “let’s go ahead”, “andiamo avanti”.

Marìa Zambrano, una grande filosofa spagnola, ha scritto che “la pietà è azione perché è sentire, sentire l’altro come tale, senza schematizzarlo in una astrazione”.
Antonietta De Lillo sente e ci permette di sentire l’alterità fino in fondo, senza il bisogno di spostarla – per angoscia – in un altrove a distanza di sicurezza, ma tenendola vicino.

Mostrandoci, con verità e tocco leggero, che l’altrove è dove siamo anche noi. E che c’è tanta strada da fare, da soli e insieme.

E allora…let’s go, rimettiamoci in cammino.

Sara De Simone

 

 
lets go

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